Pubblicato il  14 ottobre 2019

Vi siete mai chiesti quanto costa l’abito che indossate? Non ci riferiamo al prezzo d’acquisto, ma al suo costo in termini di impatti ambientali generati. Dalla sua produzione fino allo smaltimento come rifiuto, il nostro abito è oramai diventato un problema ambientale.

Sulla base dei dati presentati dalla Commissione Economica Europea delle Nazioni Unite (UNECE), quella della moda è infatti una delle industrie che più incidono sull’inquinamento globale, sebbene non se ne parli granché.

Ogni anno il settore della moda immette nell’atmosfera più anidride carbonica di quella emessa da tutti i voli internazionali e del trasporto marittimo messi insieme, che tradotto significa il 10% delle emissioni globali, ma non solo. Il 20% delle acque reflue mondiali provengono dal settore e questo contribuisce ad alimentare gli ormai famigerati oceani di plastica. Infatti, è stato stimato che circa mezzo milione di tonnellate di microfibre rilasciate durante il lavaggio di tessuti sintetici a base di plastica (nylon, acrilico, poliestere) finiscano ogni anno negli oceani.

Una moda sostenibile è possibile

La soluzione non può essere smettere di vestirci, anche se effettuare acquisti più oculati e all’effettivo bisogno potrebbe essere d’aiuto, considerato che una gran parte dei vestiti che acquistiamo non li indossiamo mai e restano confinati nei nostri armadi. Il punto di svolta è pensare e costruire un’industria della moda più sostenibile, ad esempio coniugando agricoltura, ambiente e abbigliamento. Abiti da sera e prêt-à-porter realizzati in stoffe bio e colorati con ortaggi, frutta, radici, foglie e fiori è la svolta che viene dagli agro-tessuti, tessuti naturali e tinture green realizzate con prodotti e scarti agricoli.

Una filiera del tessile 100% ecosostenibile che vede il sostegno delle Donne in Campo – Cia Agricoltori Italiani. Una sfida che risponde anche ad una richiesta dei consumatori, visto che la domanda di capi sostenibili in Italia è cresciuta del 78% negli ultimi due anni e oggi il 55% degli utenti è disposto a pagare di più per capi ecofriendly.

Le problematiche legate all’industria della moda però non riguardano solo l’inquinamento derivante dalla produzione dei tessuti e degli abiti, ma anche il trattamento del fine vita dell’abito. Sempre secondo l’UNECE, l’85% dei tessuti viene infatti inviato in discarica, circa 21 mila tonnellate all’anno, e solo l’1% viene riciclato. Ma anche per questo qualcosa si può fare, anzi si sta già facendo.

Una seconda chance per gli indumenti che non indossiamo più

Scegliere di acquistare abiti di seconda mano o di rimettere in circolo (vendendoli o regalandoli) abiti che non indossiamo più, ha infatti un notevole risvolto ambientale che porta ad una significativa riduzione dell’inquinamento e dei costi di smaltimento dei rifiuti. Secondo i calcoli diffusi dall’’Università di Copenaghen, un kg di abiti usati raccolti equivale a ridurre: le emissioni di CO2 di 3,6 kg , il consumo di 6mila litri di acqua, l’uso di fertilizzanti e pesticidi di circa 300 gr. E i rifiuti? Secondo il CONAU (Consorzio nazionale abiti e accessori usati), il mancato conferimento in discarica di abiti, farebbe risparmiare 36 milioni di euro all’anno sullo smaltimento.

Dagli abiti di alta moda fino a quelli da sposa, passando per i vestiti più casual, oggi comprare usato è di gran moda. Vestiti selezionati, puliti, e di grande qualità vengono venduti ad un costo che possiamo definire vantaggioso sia per il nostro portafoglio che per l’ambiente. Per non parlare dello spazio recuperato negli armadi….

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