Pubblicato il  11 Agosto 2020

Dai fondali della Fossa delle Marianne ai poli, residui di questo materiale vengono trovati in tutti i mari e oceani del mondo, e ancora oggi sarebbero ben 8 milioni le tonnellate tra plastica monouso, non riciclata e microplastiche, che ogni anno finiscono in acqua.

L’1% della plastica si posiziona sulla superficie del mare, il 5% lo ritroviamo sulle spiagge e ben il 94% finisce sul fondo marino. Bottiglie di plastica, buste, imballaggi, reti da pesca, sono i nuovi “padroni” del mare. Si tratta di oggetti che una volta finiti in acqua spesso si degradano in pezzi sempre più piccoli e che vengono scambiati per cibo da tartarughe, pesci, uccelli e mammiferi marini, il cui ingerimento può causare la morte per soffocamento o indigestione. Si stima che siano ben 700 le specie animali a rischio a causa di questa piaga.

I problemi però non sono solo per la fauna marina. Parliamo di forme di inquinamento che compromettono gravemente l’intero ecosistema marino, dal cui equilibrio dipende anche la nostra stessa sopravvivenza, visto che mari e oceani ci donano ossigeno, cibo, assorbono anidride carbonica e contribuiscono a regolare il clima della Terra.

Tutto questo passa inosservato? Assolutamente no. Sono infatti numerose le campagne di denuncia e anche quelle di azione volte all’adozione di comportamenti più virtuosi: come sottolineato da una recente indagine pubblicata su Science dall’ong statunitense “The Pew Charitable Trusts“, senza azioni concrete, entro il 2040 la plastica negli oceani triplicherà.

Se, da un lato, è quindi importante ridurre drasticamente l’afflusso di plastica nei mari e negli oceani, dall’altro deve anche crescere l’impegno nel recupero e nel riutilizzo del materiale che è possibile ripescare.

In questa direzione un contributo importante è venuto da alcune aziende che sono riuscite a dare una seconda vita alla plastica ripescata dal mare, trasformando questo rifiuto in una nuova risorsa.

Un esempio è rappresentato dall’azienda portoghese Fapil che, in collaborazione con la Waste Free Oceans, che si occupa di raccogliere i rifiuti che circolano negli oceani, realizza prodotti di uso quotidiano come scope, palette, ceste per la biancheria impiegando il 20% di plastica recuperata dal mare (prevalentemente da reti da pesca).  A questo 20% si aggiungono poi altri materiali di riciclo e solo in piccola parte plastica vergine. Tutto questo significa non solo meno plastica in mare, ma grazie al recupero dei materiali, meno emissioni di CO2.

Anche il mondo della moda dà il suo contributo, ed è quello che accade con la linea di costumi da bagno realizzata dalla società Mermazing che fa dell’economia circolare il suo punto di forza. Per la produzione della sua collezione di costumi, chiamata appunto Ocean Breeze, vengono infatti impiegati materiali di scarto recuperati dal mare.

Esempi, quelli citati, che ci dimostrano come sia possibile fare economia circolare rispettando e aiutando il Pianeta.

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